Signor giudice, rientri nella casta
Nelle democrazie moderne e nello stato di diritto ci sono solo tre figure pubbliche che continuano a indossare la toga nera: il prete, il giudice e il rettore dell’università. Lo fanno, nell’esercizio delle loro funzioni, per rispetto alla verità che professano e in quanto tali sono una garanzia alle libertà di tutti.
22 AGO 20

Nelle democrazie moderne e nello stato di diritto ci sono solo tre figure pubbliche che continuano a indossare la toga nera: il prete, il giudice e il rettore dell’università. Lo fanno, nell’esercizio delle loro funzioni, per rispetto alla verità che professano e in quanto tali sono una garanzia alle libertà di tutti. L’idea, nella sua semplicità, aveva rapito lo storico Ernst H. Kantorowicz il quale, esule dalla Germania nazista e approdato nel dopoguerra a Berkeley, ne fece il perno della sua battaglia contro le persecuzioni maccartiste.
Nel Regno Unito, da tempo immemorabile, i magistrati di Sua Maestà indossano anche una sontuosa parrucca, simbolo di autorità e decoro. E neppure ai tempi dei Beatles e della contestazione hanno mai pensato di mostrarsi in pubblico a testa scoperta o di chinare il capo, nemmeno davanti alla Casa reale. Sono infatti una casta, temuta e rispettata, perché da sempre funzionano come una casta. Non solo hanno il dovere di essere imparziali, ma anche l’obbligo di sembrare imparziali. In questo senso risultano lontani anni luce da certi nostri magistrati che le cronache oggi denudano nei loro vizi più mondani: alle prese con figli famelici inquadrati al ministero delle Infrastrutture, come il procuratore aggiunto Achille Toro che si è appena dimesso, pronti a mobilitarsi come procacciatori d’affari (probabilmente leciti) per favorire l’amico costruttore. Insomma tutto il contrario della separatezza consustanziale alla dimensione della casta.
Molti hanno dimenticato che i magistrati che vincono un concorso e gestiscono la libertà civile sono vincolati a doveri superiori. Innanzitutto, dovrebbero tenersi alla larga dai luoghi di ritrovo dove si consumano amplessi affaristici e si affacciano smanie edilizie. La sera farebbero bene a starsene in casa, ad ascoltare un concerto di Mendelssohn, o a meditare sui libri di Giuseppe Maranini, per capire meglio le ragioni storiche della loro fragilità corporativa. I loro figli poi, ispirati dall’esempio paterno, anziché bazzicare il demi monde del potere dovrebbero votarsi al bene comune e darsi a carriere sublimi: storico, biologo, ricercatore, tutt’al più ingegnere ma non edile. Il fatto di trovarsi coinvolti in carne e ossa nel peggio della commedia all’italiana serva almeno ad avvicinare la conversione.